Food :: 19 feb 2022

Firenze - Golden view, alta cucina (e cantina da record) con vista

Tra eleganza e qualità, non solo nel piatto

“Così eccezionalmente bello con una vista da mozzare il fiato che potrebbe essere persino frainteso". A raccontarlo è Paolo Miano, Wine Hunter del ristorante Golden View di Firenze, pronto ad accoglierci in occasione di una nostra visita al locale in Via de' Bardi, 58/r.

E sì, un ristorante che a tutti gli effetti può definirsi panoramico con una veduta unica sugli elementi storico architettonici tra i più illustri della città del giglio (1): il Ponte Vecchio, il Corridoio Vasariano, gli Uffizi… E no, non è un locale turistico, vuoi per il suo DNA gastronomico di alto livello, per la cantina con oltre ottomila qualificate etichette - la seconda più importante in centro città - per lo stile sobrio e di classe delle sale, vuoi per l’esclusività dell’accoglienza e del servizio: qui si viene per godere appieno di un’esperienza a tavola molto appagante, in totale serenità.

L’ambiente, innanzitutto… raffinato, non ostentato (volutamente “pulito” e naturalmente illuminato di luce in arrivo dalle sponde dell’Arno) non deve “distrarre”: gli unici protagonisti, infatti, sono il panorama e i piatti dello chef Paolo Secci (2), fatta eccezione per le opere di artisti periodicamente esposte e volute dal proprietario Tommaso Grassi che conferiscono una sorta di twist cromatico al mood “candido” (3) del vasto locale che conta oltre 120 posti a sedere.

Prima di prendere posto a tavola non si può non notare la grande cucina "trasparente", visibile a 360°, sia dall’interno che dall’esterno del locale. Un imponente palcoscenico dove questa recita a soggetto sotto lo sguardo di chi passa per strada o del commensale che tra una chiacchiera e una forchettata di Linguine alle vongole veraci, zucchine fiorentine e caviale Calvisius, butta l’occhio furtivamente. Per vedere “con quale attenzione si lavora in cucina” - spiega Tommaso.

E poi la cura quasi ossessiva per le materie prime di stagione, spesso del territorio ma non solo, punto di partenza di un menu dove le suggestioni sono figlie dell’estro misurato di uno chef, Paolo Secci appunto, sardo di origine e fiorentino d’adozione che, nel suo percorso di formazione, vanta anche un iter di studi in architettura, un segno evidente nei suoi piatti, dove le materie prime vengono lavatore il minimo indispensabile. E assemblate in una composizione armonica di gusto e prelibatezza che non lascia dubbi. Un maestro ai fornelli, uno chef di razza capace di una proposta di mare e di terra che pone al centro la ricerca della qualità e della salubrità degli ingredienti anche inediti, per piatti di facile lettura, capaci di infondere buone sensazioni e di farsi ricordare. Oltre che generare una sana dipendenza. Così ci è rimasta nella memoria gustativa, la Tartare di ricciola, punch aromatico al melograno, coste di bietola rossa e mouse di avocado (4). Coté terra, ci ha sorpreso positivamente la Tagliata di petto d’anatra Moulard con bietola costa larga al burro e purea di patate di montagna (5). Tra le altre prelibatezze, i Tortelli di patata alla menta ragù di nana del Casentino e mousse di Robiola di Roccaverano o il Filetto di pesce spada rosa in crosta, con polenta e cavolo nero in brodo di cipolle arrosto allo zenzero. Ma anche il pesce scelto direttamente al banco (6) fatto al sale o all’acqua pazza. Niente barocchismi o inutili svolazzi ma signature dish che parlano di semplificazione da un lato e di valorizzazione del territorio dall’altro. Il tutto condito da passione, amore, tanta sperimentazione e un pizzico di intraprendenza nella stesura degli elementi del piatto: quasi novello Brunelleschi della buona tavola... 

 

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